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La Comunicazione del Terzo Settore nel Mezzogiorno

Author: Stefano Martelli
Publisher: Milano: Franco Angeli, 2006
Review Published: February 2008

 REVIEW 1: Gaetano Gucciardo (Italiano)
 REVIEW 2: Gaetano Gucciardo (English)

La tematica del terzo settore è al centro della riflessione di un nutrito gruppo di sociologi, soprattutto di estrazione cattolica, i quali individuano nella crescita delle organizzazioni che operano nel sociale uno dei principali, se non il principale, fattore di integrazione nelle società contemporanee, così soggette a processi di frammentazione e disgregazione che lo Stato non sembra più in grado di arginare. La crescita di queste organizzazioni (le associazioni di promozione sociale, le associazioni familiari, le cooperative sociali, le fondazioni di origine bancaria e gli organismi di volontariato) che offrono servizi alle persone al di fuori della logica di mercato, sembra costituire la prova di una capacità autonoma della società civile di sopperire ai bisogni di integrazione e alimenta dunque la speranza rispetto alle numerose cupe diagnosi sulla società contemporanea.

Fra il 2004 e il 2005 Stefano Martelli, all'epoca docente nell'Università di Palermo, ha diretto un progetto di ricerca sulla comunicazione nel terzo settore, del quale oggi vengono pubblicati i risultati per i tipi della Franco Angeli. Al progetto dell'Università di Palermo, che rientrava nel Programma di rilevante interesse nazionale sul capitale sociale co-finanziato dal Miur nel biennio 2004-05 e coordinato da Pierpaolo Donati (Università di Bologna), hanno poi aderito Giacomo di Gennaro, dell'Università di Napoli "Federico II" e Sandro Stanzani, all'epoca Docente presso l'Università del Molise. Si è così formata spontaneamente una rete di ricerca allargata che ha sviluppato un insieme di indagini sulle organizzazioni di terzo settore meridionali. Oltre a replicare le ricerche sulla cultura dei volontari e sulle strutture in cui operano già sviluppata a livello nazionale nel corso del Prin 2001, si sono sviluppati nuovi questionari sulle attività di comunicazione e si sono applicati a quattro ambiti territoriali del Sud che presentano caratteristiche diverse: due hanno i tratti delle aree metropolitane (Napoli e Palermo), due invece sono capoluoghi di provincia (Campobasso e Trapani). Questa scelta ha consentito agli autori di verificare alcune ipotesi sulle caratteristiche del terzo settore nel Meridione, ma anche di non trascurare le differenze interne allo stesso Sud.

L'espressione "terzo settore" ha una storia lunga e non è priva di connotazioni ideologiche, che la rendono a certuni poco gradita. Nel 1981 Achille Ardigò usò l'espressione «terza dimensione» (Volontariato, welfare state e terza dimensione in "La Ricerca sociale," n. 25, 1981, pp. 7-22), ma già qualche anno prima la Commissione della Comunità europea aveva affidato ad un gruppo di esperti guidati da Giorgio Ruffolo, di cui facevano parte Michel Albert e Jacques Delors, il compito di riflettere sulle nuove caratteristiche dello sviluppo socio-economico. Quel gruppo di esperti concentrò la propria attenzione proprio su quello che chiamò «Terzo Sistema», terzo poiché alternativo, nelle sue modalità di organizzazione e nelle sue finalità, ai primi due sistemi, quelli dello Stato e quello del Mercato. I suoi protagonisti sono organizzazioni di cittadini che svolgono attività non finalizzate al lucro, che producono beni privi di valore di scambio e che hanno un diretto valore d'uso. E mentre la logica dello Stato è quella del potere e quella del Mercato è la logica del denaro, nel terzo settore la logica e la motivazione degli attori sociali sono eminentemente prosociali, altruistici e solidaristici.

Per Donati l'espressione «terzo settore» dà l'idea di ciò che residua laddove stato e mercato non arrivano, essa corrisponde a una concezione che Donati chiama lib/lab per la quale il terzo settore ha il compito di rimediare alle deficienze dei primi due sistemi, di fare quello che i primi due sistemi non riescono a fare. Donati preferisce chiamarlo «privato sociale» perché, per lo studioso bolognese, esso non sopraggiunge a sostegno di Stato e Mercato ma costituisce, piuttosto, una modalità alternativa di articolazione delle relazioni sociali, perché "altra" rispetto alla logica del potere e a quella del denaro [cfr. Donati P. e Colozzi I. (a cura di), Il privato sociale che emerge: realtà e dilemmi, il Mulino, Bologna 2004]. Inoltre il terzo settore sarebbe espressione specifica di capitale sociale perché «il capitale sociale è una qualità non di tutte e qualsivoglia le relazioni sociali, ma propriamente di quelle che valorizzano i beni relazionali» [Donati P., La famiglia come capitale sociale primario, in Id. (a cura di), Famiglia e capitale sociale nella società italiana, Cinisello Balsamo (Mi), San Paolo, 2003] e cioè di quelle relazioni sociali che hanno al centro se stesse, che non sono istituite in vista di altri obiettivi che non siano la relazione stessa. Data questa definizione, molto più restrittiva di quelle comunemente impiegate in letteratura, si comprende come siano rilevanti, a partire da questa prospettiva, le organizzazioni di privato sociale.

Il terzo settore italiano è in forte espansione; negli ultimi due decenni il numero delle organizzazioni è cresciuto e questo, in qualche senso, contraddice la diagnosi di un declino del capitale sociale nelle società industriali avanzate alla quale si giunge, per esempio, se si generalizzano i risultati delle indagini di Putnam sugli Stati Uniti. Putnam documenta un declino negli Usa dell'associazionismo e, se dovessimo dar retta a chi sostiene che gli Usa oggi sono ciò che sarà l'Europa fra cinquant'anni, dovremmo concludere che sarà così fra breve anche da noi. Forse, però, bisogna distinguere fra l'associazionismo di tipo civico e politico e l'associazionismo sociale, porre da una parte l'associazionismo volto a consentire forme di partecipazione alle decisioni collettive e pubbliche o le associazioni volte ad offrire servizi agli associati e, dall'altra, le associazioni che, invece, si occupano di erogare servizi al pubblico, di gestire beni pubblici e che, in quanto tali, ricevono, in genere, denaro pubblico. La ricerca che stiamo presentando ha inteso il terzo settore esattamente come quello costituito dalle organizzazioni che erogano servizi alla collettività.

Il libro di Martelli va segnalato perché è il primo a indagare la dimensione della comunicazione nel e del terzo settore e perché indaga questa dimensione nel Mezzogiorno. Le diagnosi sulla realtà sociale del Mezzogiorno convergono sempre di più sul tema della carenza di capitale sociale come fattore alla base del persistente ritardo della società meridionale e dunque studiare il terzo settore significa gettare una luce esattamente su quel terreno delle relazioni sociali di qualità dal quale ci si dovrebbero aspettare i fermenti di cambiamento e innovazione capaci di espandersi e informare di sé l'intero tessuto sociale meridionale.

Nella convinzione che le organizzazioni di terzo settore sono una testimonianza di vitalità della società civile e contribuiscono a «ricostruire il legame sociale in una società frammentata e de-futurizzata», la domanda sostanziale della ricerca diretta da Martelli è se esse dedicano alla comunicazione tempo e risorse adeguate.

Sulla scorta delle considerazioni di Thompson per il quale oggi, nell'epoca dei mass media, la sfera pubblica non è più il luogo di una comunicazione orientata alla produzione di consenso ma uno spazio nel quale gli attori esistono in ragione dell'esser visibili, la comunicazione si presenta, per chi opera nella sfera pubblica, come un imperativo. E allora, quanta consapevolezza c'è della necessità di esser presenti nello spazio mediatico? Quali mezzi vengono impiegati? A che tipo di personale ci si affida per comunicare? Sono domande che si pongono con ancora maggiore urgenza se si considera, da una parte, il ruolo rilevante che deve sempre di più essere riconosciuto alle organizzazioni di terzo settore che svolgono compiti per i quali sono ormai imprescindibili e, dall'altra, la tendenza dei media a concentrare l'attenzione sui tradizionali soggetti della sfera pubblica quali capi politici, economici e sindacali sempre più spesso coinvolti in una dinamica di spettacolarizzazione della cosa pubblica, che sempre meno ha a che fare con il confronto democratico e sempre più con l'imperativo di mostrare di esserci. E così il rischio è che dalla sfera riconosciuta come pubblica siano espunte proprio quelle istituzioni che «costruiscono e ricostruiscono giornalmente il tessuto della società -- a cominciare dalle organizzazioni di terzo settore».

I risultati dell'indagine ci restituiscono un terzo settore che risente della debolezza della società civile locale; esso è, infatti, meno articolato, organizzato e differenziato di quanto non sia nelle regioni centrosettentrionali. Sono emerse, tuttavia, differenze interne alle aree del Mezzogiorno che non vanno trascurate. Le organizzazioni delle aree metropolitane meridionali sono più sviluppate di quelle della provincia. Le organizzazioni dell’area trapanese rispetto a quelle palermitane e napoletane sono complessivamente di più recente istituzione, sono meno differenziate in termini di attività e più frequentemente hanno un raggio d'azione comunale. È, per gli studiosi, una conferma del rapporto fra grado di sviluppo territoriale e differenziazione interna al terzo settore meridionale.

Il minor sviluppo delle organizzazioni di terzo settore del Mezzogiorno si riflette anche sul piano della comunicazione. Non solo essa è molto spesso affidata a persone che rivestono più ruoli (in genere il responsabile dell'organizzazione) ma è svolta senza una selezione critica dei mezzi attraverso cui farla, segno di una certa improvvisazione. Raramente, infine, la comunicazione è affidata a personale con competenza professionale specifica.

La ricerca diretta da Martelli è anche una ricerca-azione che prevedeva la realizzazione di un portale telematico per la comunicazione del terzo settore a Palermo. Il portale ha avuto successo: delle 155 organizzazioni individuate nel territorio palermitano, ben 140 hanno aderito al portale, anche se oltre la metà (56,5%) delle palermitane e la quasi totalità delle napoletane (97,3%) avevano già un proprio sito internet. Inoltre, nel primo anno di attività gli accessi sono stati 180 mila e per questa via, si può dire, è cresciuta la capacità comunicativa del terzo settore a Palermo.

Il 40% delle organizzazioni censite nel capoluogo siciliano è costituito da organismi di volontariato (il 50% a Napoli e il 73,4% a Campobasso), poi ci sono le associazioni di promozione sociale, le cooperative sociali, le associazioni familiari e infine le fondazioni. Fra gli organismi di volontariato, i più diffusi sono quelli impegnati nel settore socio-assistenziale e sanitario e in quello culturale-educativo. Il problema del quale tutti si lamentano è il poco interesse dei media nazionali, che è considerato dal 70% degli intervistati come molto o abbastanza problematico, nel senso che si riconosce che una scarsa accessibilità ai media nazionali è fonte, se non altro, di un aggravamento delle difficoltà ad operare. É, infatti, molto diffusa la convinzione che la comunicazione sia rilevante per la continuità dell'attività (67,7% a Palermo, 67,2% a Napoli, 47,9% a Campobasso). Tuttavia, come abbiamo già notato, prevale la comunicazione "minima e strumentale," quella che serve per la trasmissione di dati e informazioni di tipo amministrativo. Non c'è un addetto alle comunicazioni specifico, in genere è lo stesso responsabile dell'organizzazione che cumula i due incarichi (69% dei casi a Palermo, 72,3% a Napoli) e il 91,5% di questi addetti non è iscritto all'albo dei giornalisti.

È diffusa la rendicontazione esterna delle attività svolte ma non altrettanto si può dire della rendicontazione delle somme ricevute. A Palermo la rendicontazione delle attività è fatta dal 97,3% delle organizzazioni censite, mentre la rendicontazione delle somme ricevute è fatta solo dal 56,5%. É, naturalmente, auspicabile una maggiore trasparenza.

La maggior parte delle organizzazioni censite si è formata nell'ultimo decennio, mentre su scala nazionale la maggior parte è attiva da più tempo, almeno da vent'anni. I settori in cui più frequentemente operano le organizzazioni sono il socio-sanitario e l'educativo, mentre nell'intero Paese le organizzazioni si distribuiscono su un più ampio arco di settori. Non mancano ulteriori dati, dall'ampiezza del numero degli iscritti che è più frequentemente minore nelle organizzazioni meridionali, ai rapporti fra volontari e lavoratori all'interno delle organizzazioni, che spesso sono meno frequentemente paritari e più gerarchizzati che su scala nazionale.

Ma una delle caratteristiche più importanti che accomuna le organizzazioni censite e che gli autori non mancano di sottolineare, è l'elevato tasso di contributi provenienti dagli enti pubblici. È una caratteristica importante, perché può costituire prova di debolezza del settore e un eccesso di subordinazione a logiche che sono estranee allo specifico ruolo e vocazione delle organizzazioni di terzo settore. Sia a Napoli, sia a Palermo sia a Trapani le organizzazioni di terzo settore dipendono notevolmente dai finanziamenti pubblici e quindi dai partiti che gestiscono la pubblica amministrazione locale. Circa un quinto delle organizzazioni dichiara che i contributi pubblici superano il 70% del proprio bilancio. Scrive Martelli: «È fondata la preoccupazione che l'identità e l'autonomia del privato-sociale meridionale possano essere vulnerate da tali rapporti con i partiti e con i politici locali. Si teme pure che tali legami impediscano l'emergere delle reali capacità progettuali delle organizzazioni di terzo settore, forse costrette ad un ruolo passivo nel collaborare con gli enti pubblici».

Pur non potendo generalizzare, è lecito pensare che, date le modalità prevalenti di erogazione del denaro a opera della mano pubblica nel Sud, così soggette alla logica della produzione particolaristica e clientelare del consenso, anche quote significative del terzo settore siano state colonizzate dalla politica e piegate a logiche che ne snaturano identità e finalità. Il terzo settore sarebbe, per questa via, anch'esso assoggettato a padronati politici e lottizzazioni. La riflessione e la ricerca sul terzo settore nel Mezzogiorno dovrebbero, a questo punto, concentrarsi, in modo specifico, su questa problematica, perché le attese di crescita civile legate al terzo settore verrebbero non solo deluse se davvero si mostrasse un prevalere della colonizzazione politica, ma si dovrebbe persino concludere che il terzo settore è diventato un segmento del problema, uno dei fattori che continuano ad alimentare quella perversa logica che avvinghia società e politica nel Mezzogiorno in un rapporto di reciproca fagocitazione, nella quale i beni pubblici vengono sistematicamente dilapidati e legalità e diritto negati.

Gaetano Gucciardo (Italiano):
Gaetano Gucciardo è ricercatore di sociologia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Palermo presso la quale insegna Sociologia generale e Sociologia dell'educazione. Si occupa si senso civico e capitale sociale. E'autore di La legge e l'arbitrio. L'abusivismo edilizio in Italia. Il caso della Valle dei Templi di Agrigento, Rubbettino, 1999 e di numerosi articoli apparsi su volumi collettanei e riviste.  <gagucci@unipa.it>

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